Rinoceronti: dall’Africa a Valencia passando per la Svezia

Prendete questo post con le dovute pinze. Prendetelo come una riflessione a voce alta, un discorso incompiuto, una domanda che non può trovare risposta nel delirio di parole senza senso di una mamma assonnata.

Come se stessimo sorseggiando un cappuccino al bar e parlassimo del più e del meno.

Un brainstorming.

Ecco sì. Prendetelo come un brainstorming.

Sto traducendo una serie bellissima sul bracconaggio. Non bellissima per l’argomento, ovviamente. ma per le immagini dei luoghi.

Si parla di Africa. E dei big five, due dei quali sono a rischio estinzione. Ma un rischio reale e imminente. Sapevate che, se questa caccia di frodo non viene arrestata, nel giro di 10 anni non ci saranno più i rinoceronti? Ho letto e riletto mille volte questa frase, per capire se magari potevo averla interpretata male. Ma non è così. Dieci anni. Significa che, anche ammesso che io riesca a portare i miei bambini in Africa e a mostrare loro un rinoceronte in libertà (e non è cosa facile), di sicuro i figli dei miei figli non avranno questa fortuna.

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Una consapevolezza che lascia l’amaro in bocca. Il bracconaggio nasconde problematiche più ampie e non è certo questo il luogo per discuterne. E non ho nemmeno le competenze per farlo.

Perché in fondo, ragionando di pancia, se vivessi nella miseria con una famiglia da mantenere e mi offrissero 10.000 dollari per un corno di rinoceronte, che cosa farei? Di certo non me ne importerebbe nulla dell’estinzione della specie, penserei solo a evitare che a morire fossero i miei figli.

A questo punto mi verrebbe quasi da rivalutare gli zoo.

Forse sono l’unico modo per garantire continuità ad alcune specie.

Sì certo, ha senso però vivere in gabbia? Confinati dietro barriere che, per quanto architettonicamente invisibili possano essere, sempre barriere restano?

Ripenso al parco di Kolmården, in Svezia.

Bellissimo, per carità.

I miei bambini ci sarebbero rimasti una settimana, altro che due giorni.

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Gli animali non vengono disturbati dal chiasso dei turisti che li possono ammirare dall’alto, comodamente seduti in una cabinovia da comprensorio sciistico.

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Però… il leone … il re della savana… in Svezia?!

Non scherziamo.

Finora l’unico bioparco da cui sono uscita non dico felice ma nemmeno sconsolata è sicuramente quello di Valencia.

La totale assenza di sbarre, l’utilizzo di vetri e di barriere architettoniche naturali ricrea davvero l’effetto di una savana dove i leoni e le giraffe condividono lo stesso spazio.

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Certo il leone qui non ha l’esigenza di cacciare e di ammazzare la zebra, il famoso cerchio della vita di Simba è artificioso e artificiale, ma gli animali sembrano quasi contenti. O mi illudo che sia così.

Però ecco, qui ci tornerei volentieri.

E poi il pensiero torna al rinoceronte. No ma davvero tra 10 anni sarà estinto?? E ti viene in mente il rinoceronte di Valencia, quello che i bambini ricordano ancora per il suo buffo peregrinare… girava sempre in tondo, un cerchio perfetto alla Giotto.

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Chissà che significato aveva? Chissà se era felice o ripensava alla sua Africa? Chissà se preferiva stare al sicuro dietro un vetro o se avrebbe rischiato volentieri la vita nella savana?

E ti interroghi sul controsenso della frase “ovunque andiamo mi tocca sempre portare i bambini allo zoo perché adorano gli animali”. Se ami davvero gli animali non dovresti odiarli, gli zoo?

Oppure si può trovare un compromesso? Bianco, nero o, niente da fare, cedi al grigio?

In fondo anche le mucche delle fattorie dove ci piace tanto soggiornare non pascolano sempre liberamente nei prati alpini.

Anche gli alci della riserva che ci è hanno regalato incredibili emozioni non correvano liberi nella foresta.

E anche le scimmie alsaziane a cui abbiamo dato da mangiare erano confinate nel parco.

Beh non c’è risposta, non c’è soluzione.

Del resto vi avevo avvertiti che sarebbe stato un brainstorming…

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