Galata museo del mare: “Presto, abbandonate la nave!”

Viaggiare in cinque con bambini al seguito presenta due grandi limiti.

Il primo è scontato, il portafoglio. Per quanto si cerchi di contenere i costi, un weekend al risparmio costa come una settimana di vacanza da single.

Il secondo è di tipo salutistico. Esiste un periodo dell’anno in cui i (miei) bambini non si ammalano? La risposta è semplice: no. Si va dalle otiti in piena estate, ai virus gastrointestinali, dall’impetigine al mare allo streptococco che ogni due o tre mesi si presenta a  timbrare il cartellino.

Prima che arrivasse la piccola peste avevamo avuto una breve tregua, sempre relativa ovviamente. Tutto sommato sembrava che fossimo usciti dal tunnel. Si poteva programmare un weekend senza l’ansia di doverlo annullare all’ultimo momento. Ma adesso che i virus hanno deciso di spostare nuovamente la residenza a casa nostra, ogni certezza crolla.

E bisogna avere un piano di emergenza.

Che a volte funziona meglio dell’originale.

Era tutto più o meno programmato, ci aspettava il maestoso passo del Bernina e il famoso trenino. Già immaginavo il bianco della neve, il rosso delle carrozze e il blu del cielo…

Ma poi, come sempre, le otiti rovinano tutto.  Sbalzo di altitudine vivamente sconsigliato. Potrei fregarmene, ma l’esperienza e i numerosi timpani perforati mi hanno insegnato che le otiti e la montagna non vanno d’accordo.

E allora è necessario un cambio di rotta, a questo punto totale. Dalle vette al mare. Nella speranza che un po’ di iodio ci faccia bene.

I giorni sono solo due, non si può andare troppo lontano.

Faccio mente locale e mi si accende una lampadina: è periodo di Fête du citron, un appuntamento a cui desidero partecipare da anni. Perciò è deciso.

Mentone sia.

Già che ci siamo non possiamo non visitare la nuovissima sala della tempesta del  Galata Museo del Mare a Genova.

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Il museo di per sé è molto bello, soprattutto il terzo piano in cui si ripercorre la storia dell’emigrazione italiana via mare.

Viene consegnato un passaporto da timbrare e si entra in una nave che ricorda un po’ il Titanic.

Terza classe, seconda classe, prima classe.

Ci si sdraia sulle brandine, si ascoltano le vicissitudini di chi salpava senza avere alcuna certezza per il futuro. Per gli immigrati Genova era spesso l’ultimo assaggio di Italia prima di partire verso l’ignoto.

Si percorrono le vie di una coloratissima Buenos Aires, ci si spaventa per i rumori selvaggi della giungla sudamericana fino ad approdare a Ellis Island.

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Un percorso emozionante che ci ricorda un capitolo importante e drammatico della nostra storia.

E basta inserire il proprio cognome in un computer per trovare il tal bisnonno o prozio che ha percorso quel viaggio nel secolo scorso.

E’ una sorta di monito per ricordarci che, in fondo, l’emigrazione fa parte del passato di tutti noi.

Un invito alla riflessione prima di essere catapultati nella sezione dedicata all’immigrazione via mare in Italia.

Stesso dramma, stessa incertezza per il futuro, stesso dolore per la separazione, stesse paure, stesse discriminazioni.

Solo che questa volta la Terra Promessa è casa nostra.

La sezione si conclude con il cosiddetto pre-show di quello che si andrà a vedere a bordo del Nazario Sauro, il sommergibile visitabile e ormeggiato davanti al museo. Un’esperienza bellissima e avvincente per i più piccoli.

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Ecco in questa sezione programmate di starci anche un’ora, perché sarà difficile portare via i bambini dai vari monitor, pulsanti, leve…

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Alla fine si ottiene un diploma di perfetto sommergibilista e si è pronti per entrare nel sottomarino vero.

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Ma prima di uscire dal museo… la tempesta ci aspetta!

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Siamo al largo di Capo Horn, la nostra nave sta imbarcando acqua. Non resta che salire sulle scialuppe. Il capitano ci ordina a gran voce di remare altrimenti il nostro destino sarà segnato.

Buio totale!

Inizia la proiezione. Siamo a bordo di una vera scialuppa (se non volete lavarvi completamente rimanete nei posti in fondo). L’atmosfera è da brivido, soprattutto per i bambini.

Il rumore delle onde e le immagini proiettate su tre pareti per un momento ci fanno credere di essere davvero in balia della furia dell’Oceano.

I bambini si stringono a noi e il cuore comincia a battere velocemente.

Perché in fondo è una novità per tutti, non sappiamo cosa ci aspetta.

Iniziamo a remare, bisogna sincronizzarsi. Un compagno di avventure intraprendente comincia a contare per dare il ritmo e noi eseguiamo gli ordini diligentemente come se davvero da quello dipendesse la nostra vita.

Remiamo, remiamo e remiamo senza sosta anche se il nostro destino ormai pare segnato!

Splash! Spruzzo inevitabile, un’ultima onda gigante ma siamo ancora vivi!

Si riaccendono le luci, c’è chi grida per l’eccitazione e chi piange inconsolabile.

Ma da oggi posso ufficialmente dire di essere sopravvissuta a un naufragio.

Scusate se è poco!

INFORMAZIONI PRATICHE

La sala della tempesta è indicata dai 4 anni in su. Mio figlio di 7 ha voluto entrarci due volte. Mia figlia di 5 e mezzo, manco a dirlo, è uscita terrorizzata e in lacrime. Quindi valutate voi. Se il bimbo è temerario e ha 3 anni, fingete che ne abbia 4 e portatelo. Se invece è sensibile e fifone e ne ha 6, lasciate perdere.

Perché è un’esperienza che funge da cartina tornasole.

Chiedete ad Anna se vuole tornare al museo del mare e vi risponderà: “No grazie. Ti aspetto all’acquario!”

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