Ober-Says parte seconda: il bello che eleva

Educare e auto-educarsi al bello.

Bello autentico ben diverso da quello che si intende comunemente, il fisico stereotipato da fotomodella o i lineamenti del viso da Barbie. Bello come concetto che eleva, che riempie il cuore, che rende migliori.

Le pennellate di colore di un quadro, la nota sensibile che crea inquietudine e ansia per poi appoggiarsi alla bellezza, appunto, di una tonica, per chi si intende un pochino di musica.

Il bello di un paesaggio che non puoi descrivere. Perché nessun “meraviglioso, eccezionale, stupendo” potrebbe funzionare.

Qualsiasi aggettivo fuori posto creerebbe una forzatura artificiosa.

Una stonatura, per restare in campo musicale.

E’ il bello che lascia senza parole, che ti fa sentire infinitamente piccolo e insignificante in questo mondo ma allo stesso tempo ti trasporta in una sorta di stato di grazia.

E’ quella sensazione che si prova nella contemplazione e, per chi ne è capace, nella preghiera.

Il bello che riempie l’anima nel profondo e lascia un senso di pace interiore e di appagamento senza uguali.

Un bello come questo, per capirci.

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Eravamo rimasti qui, davanti a una porta che si apriva.

E ormai l’ho capito.

Ober-Says non esiste sulla cartina perché è un’entità surreale che poggia sulle nubi.

O almeno così ci è parsa sia al nostro arrivo che al risveglio.

Una coincidenza che ha contribuito a rendere speciale il nostro soggiorno.

Ci siamo sentiti sospesi a mezz’aria adagiati su una soffice nuvola bianca, proprio come Heidi nella sigla del cartone, ve la ricordate?

Una nebbia fitta che non fa intravedere nulla di ciò che c’è sotto.

E regala scene surreali.

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Io esco in pigiama, ho troppa fretta di sentire quel profumo inconfondibile di neve fresca.

Confido nel fatto che, essendo prestissimo, non ci sia in giro anima viva.

C’è solo una donna che ha fretta di liberare il passaggio davanti a casa sua. Di certo non fa caso al mio pigiama e continua imperterrita a spazzare neve con la sua scopa.

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Percorro in su e in giù quell’unica viuzza, faccio la scorta di bello che nei tempi di magra può sempre servire.

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Piano piano la nebbia comincia a diradarsi e lascia intravedere lo spettacolo.

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Aspetto che il sole illumini la neve e la faccia brillare ed entro in casa a infilare la tuta da sci.

Perché non si può aspettare nemmeno un minuto, è arrivato il momento di simulare l’allunaggio e di lasciare le primissime impronte su quel manto.

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E’ tempo di giocare.

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E di creare quei ricordi preziosi che resteranno impressi nella nostra memoria per sempre.

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P.s. questo post è stato pubblicato incompleto e successivamente cancellato. La piccola di casa ha pensato bene di arrampicarsi sulla sedia, accedere al mouse e schiacciare il tasto “Pubblica” mentre la sottoscritta aparecchiava la tavola. Mi scuso con i due lettori che avevano messo il “like” ma ho dovuto cancellare tutto.

 

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