Quella manciata di case chiamata Ober-Says

In mezzo alle sfighe dell’ultimo periodo una cosa (almeno una eh) è andata a segno.

Siamo riusciti ad accorciare di un numero la nostra travel wishlist sotto il metro e cinquanta. L’obiettivo che ci eravamo prefissati per l’anno appena iniziato era di riuscire a depennare almeno dieci mete, quindi poter dire al 2 febbraio di essere a meno nove è già un traguardo confortante.

Come si dice, chi ben comincia è a metà dell’opera giusto?

Più o meno.

Comunque al punto 15 possiamo mettere una bella crocetta.

Perché siamo riusciti a dormire nella casa di Heidi.

Beh non proprio a casa sua ma eravamo tra le sue montagne.

In una stanza che assomigliava tantissimo a quella della baita del vecchio dell’Alpe.

E quando una bimba duenne si sveglia al mattino, si trova davanti agli occhi il lucernario colmo di neve, ti guarda, ti sorride, ti dice “mamma siamo a casa di Heidi” senza che tu le abbia suggerito nulla, osserva il cielo e ride, tu quel cielo lo tocchi con un dito.

E ridi di riflesso.

Arriviamo a destinazione che ormai è quasi sera, non senza qualche peripezia. Che le cose semplici a noi non piacciono. Oddio ci piacerebbero pure, ma non ci capitano (quasi) mai.

Usciamo dall’autostrada a Coira Nord e cominciamo a salire in quota.

La strada tortuosa e strettissima è avvolta nella nebbia, non si vede a un centimetro. Non c’è un’illuminazione e procediamo a passo d’uomo.

“Ma un posto normale mai? Si può sapere dove caspiterina hai prenotato?!” (vi risparmio la parolaccia) sussurra “amabilmente” il consorte (che, per inciso, soffre di vertigini) alla guida. “Sei sicura che sia la strada giusta?”.

Oddio sicura sicura proprio no, ma sì, dovrebbe.

Intanto curva dopo curva raggiungiamo i mille metri e la nebbia, al contrario dei dubbi, comincia a diradarsi per lasciare il posto a una meravigliosa nevicata.

Ma del paesino nessuna traccia.

Chiamo il padrone di casa e ringrazio il cielo di aver studiato tedesco. Mi rassicura dicendomi che siamo sulla strada giusta, di non preoccuparmi che tra poche centinaia di metri ci siamo.

E in realtà del paesino non c’è traccia perché il paesino non esiste.

E’ un agglomerato di case, una decina a dir tanto. Con una strada in mezzo che finisce in un prato. Imbiancato e immacolato.

Ci attende un signore gentilissimo con in mano una pagnotta appena sfornata.

E ci presenta la nostra dimora con un luccichio negli occhi.

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Perché sa di offrirci una sistemazione speciale, una di quelle che i bambini ricorderanno a lungo.

Mi dice che i giapponesi ne vanno pazzi. Cioè dal Giappone salgono quella stradina tortuosa che abbiamo appena maledetto per arrivare fin qui. Perché i giapponesi hanno la passione di Heidi, me ne ero resa conto anni fa visitando Maienfeld.

Tipo che, nel loro tour mordi e fuggi dell’Europa, se dovessero scegliere tra un selfie sotto la torre Eiffel e uno nei prati verdissimi elvetici forse forse preferirebbero le mucche come sfondo.

E a essere sincera con i fiocchi bianchi che volteggiano nell’aria e quella sensazione di essere davvero fuori dal mondo non so se dar loro torto.

Del resto per me la neve è quanto di più straordinario la natura ha da offrire. E’ la possibilità di fare tabula rasa, di elevare al bello anche ciò che bello non potrebbe mai essere.

Dopo una breve visita della baita con tanto di cartello personalizzato che mi accoglie…

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… io e il primogenito lasciamo che il papà traffichi col camino e che le fanciulle si divertano ad aiutarlo e usciamo a giocare con la neve.

Ad annusare quel profumo inconfondibile, a lasciarci coprire dai fiocchi.

Solo noi, la neve e il silenzio.

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Entriamo a scaldarci, prepariamo la cena, una partita a carte, un libro davanti al camino e poi tutti a nanna.

Ma non a nanna nel letto qualunque di una stanza qualunque.

A nanna nella mansarda di Heidi.

Letti in legno con vista su un lucernario senza oscuranti.

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Non ci sono stelle ma fiocchi che cadono senza sosta e si accumulano strato dopo strato sul vetro.

E mi sveglio così.

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E’ mattina presto, ha smesso di nevicare e io non vedo l’ora di uscire.

Infilo i doposci sopra il pigiama e apro la porta.

E lo spettacolo che mi si presenta davanti agli occhi è di quelli che fanno bene all’anima.

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O almeno, alla mia.

E merita un post tutto per sé.

10 thoughts on “Quella manciata di case chiamata Ober-Says”

  1. Ale grazie!!! Sai che sulla neve siamo in sintonia perfetta, io la vorrei almeno sei mesi all’anno, non si può?????? La casetta di Heidi è la ciliegina sulla torta! Un abbraccio

  2. anche io ho pensato di andare in un posto così. potrebbe essere l’alpe devero o bosco gurin. alla prima ci sono stata ma d’estate e mi hanno detto che d’inverno è mitica!, del secondo ne ho solo letto in giro. vabbeh spero anche io di riuscire ad organizzare. ciao!!!!

  3. Alpe Devero ce l’ho anch’io in wish list. Pensa che mia zia da quelle parti ha una baita senza acqua né elettricità accessibile solo d’estate. Lì davvero si vive come Heidi. Un abbraccione

  4. Finalmente è arrivata la neve …non solo i bambini sono felici …ma anche noi :-)! Ciao!

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