I will survive

Frasi senza senso, scarabocchiate a mano su un taccuino, tanto per ingannare il tempo dell’attesa.

Nessun libro a disposizione, mannaggia a me l’ho ficcato in valigia. Solo io, una bottiglia d’acqua presa al volo, un cellulare scarico, una borsa stracolma di tutto fuorché del necessario, un paio di doposci ai piedi e la giacca da sci addosso, quella che ti sfili dall’alto e che è proprio il massimo della scomodità quando ti devono visitare al torace.

Sono approdata così al pronto soccorso in Italia.

Una partenza affrettata, un giorno di vacanza rubato, progetti andati in fumo, bambini in lacrime perché è stata dura, molto dura, lasciare quell’angolo di paradiso chiamato Lenzerheide di cui sentirete tanto parlare nei prossimi giorni.

Perché di paradiso in terra si tratta.

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Un posto mozzafiato.

Nell’accezione più letterale che si possa immaginare.

Da togliere il fiato. Tanto da non riuscire proprio a respirare.

Nel mio caso… beh fisicamente.

Una tachicardia improvvisa, pressione schizzata alle stelle, proprio a me che di solito faccio fatica ad alzarmi dal letto col mio 60-90, purtroppo non di taglia.

Un nodo alla gola, una difficoltà incredibile a prendere fiato, a inalare l’aria più pura e tersa che si possa immaginare.

Ironia della sorte.

E un dolore fitto al petto, un battito che non accenna a diminuire e il fatidico formicolio al braccio.

Sto male, malissimo.

Il consorte, ignaro di tutto, se ne sta bel bello a farsi una sciatona coi fiocchi, quella che io col mio crociato malandato gli ho negato per anni.

E mi manda foto su whatsapp, messaggi sulla pista di super G strepitosa, aneddoti, battute… tutti lembi di racconto che mi arriveranno solo parecchie ore dopo. Il resoconto di una giornata favolosa.

Per lui.

Io ho questo senso di oppressione che non mi molla.

I bimbi finiscono la loro lezione di sci e li spedisco senza pensarci un attimo al Mini Club. Lunga vita ai Mini Club.

Mai presi in considerazione, anzi addirittura criticati e snobbati … perché come si fa ad andare in vacanza con i bambini e a mollarli a degli sconosciuti tutto il giorno?

Qual è lo scopo di fare un viaggio con loro e per loro se ognuno sta per i fatti suoi?

Ecco mai dire mai nella vita, li ho buttati lì senza una spiegazione, senza un abbraccio di conforto. Mollati, scaricati, parcheggiati in fretta e furia a delle ragazze stupende dal sorriso dolce e affabile che, adesso che ci ripenso, mi avranno presa per pazza.

Mi sono diretta all’ambulatorio del posto.

Senza assicurazione.

In Svizzera.

Sventolando una tessera sanitaria europea praticamente inutile.

Perché l’ho già detto? Siamo in Svizzera.

E io non ho l’assicurazione.

Ah e il franco è giusto schizzato alle stelle un paio di giorni prima.

Il tempismo non è il mio forte, non lo è mai stato.

Mi visita una dottoressa dolcissima che cerca di rassicurarmi come può ma non è che le riesca più di quel tanto.

Dopo una decina di minuti, decido, senza preavviso e senza giustificazioni, di switchare dal tedesco all’inglese.

Perché “Herzschmerzen” suona molto più grave di “heart pain”, non ce n’è. E poi sono io la malata, è giusto che faccia un po’ di fatica anche lei, che si sforzi di parlare in una lingua non sua, a ponderare bene i termini. A farmi meno paura.

Mi dice simulando un sorriso rincuorante “it could be a heart attack but don’t worry, really don’t worry”.

Ah ecco… dont’ worry sta cippa.

Ho un marito sperso tra le valli, tre figli mollati a una tata sconosciuta e potrei avere un infarto.

Però devo stare calma, mi dice.

Certo, come no.

A un certo punto ho un’illuminazione.

Chi li paga tutti questi esami che mi stanno facendo?

Ah perché … non ho un’assicurazione?!

…………

Ahm no

“Ah okay but don’t worry”

Ci provo ma non è che sia tanto facile eh.

Sono necessari altri accertamenti ma dopo aver visto il conto (che se non mi è venuto l’infarto in quel momento non mi verrà mai più) decido di rischiare e tornare in Italia.

Chiedo se posso ripartire in quelle condizioni, mi dicono di sì ma di andare subito al pronto soccorso una volta arrivata a destinazione. Mi danno un farmaco ed esco.

Sono intontita, confusa, mi sembra di vivere una situazione surreale, non mia.

Un film.

E nemmeno dei più belli.

Mi guardo intorno in cerca di conforto.

Ammiro la meraviglia che mi circonda e per un attimo trovo sollievo.

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L’ora che segue è frenesia pura.

Bagagli fatti in fretta e furia, dettagli pratici da sbrigare, bambini in lacrime da consolare.

Partiamo.

La giornata su quella neve farinosa e saporita (ah perché voi la neve non la mangiate?) ha sfinito i piccoli di casa che, non so per quale miracolo, chiudono gli occhi all’unisono per riaprirli due ore dopo.

Il silenzio cala inesorabile.

Mio marito non dice una parola. Sento ogni tanto i suoi occhi su di me, studia ogni mio movimento cercando di non dare nell’occhio.

Ma i suoi pensieri fanno un rumore assordante.

Gestire tre bambini da solo, lui che non sa nemmeno in che cassetto sono le loro magliette. Che non sa che giorno devono mettere la tuta a scuola, a che ora hanno i vari impegni.

Io penso alla mia odiatissima tesi di laurea. Ancora una volta mi ossessiona. Ripenso a tutti quei resoconti di viaggio in tedesco antico, alle storie di autori sconosciuti che varcavano i passi alpini con l’ansia nel cuore.

Perché non era così scontato che potessero sopravvivere a quel percorso.

E non riesco a smettere di pensare a Pino Daniele. Che non si è fatto curare sul posto ma è voluto andare a Roma. Per sentirsi più al sicuro. In buone mani.

“Che sciocco” abbiamo pensato in tanti, io per prima. Ora capisco perfettamente la sua scelta, il desiderio di essere visitato da una faccia conosciuta, di affidarsi a mani sicure.

Cerco di pensare ad altro ma Pino Daniele mi ossessiona.

E mi chiedo se sia un segno del destino.

Buffo come il buio possa trasformare un paesaggio che fa bene all’anima in una trappola per topi.

Non c’è anima viva, non un centro abitato, non una luce. Solo i nostri fari e quelli di qualche altra auto. Ci sarà un medico a bordo?

Il senso di oppressione si fa sempre più forte. Cerco di respirare.

Di ragionare.

Non mi avrebbero mai fatta ripartire se fossi stata in pericolo di vita, no? Ma la razionalità in quei momenti va un po’ a farsi benedire.

Vorrei dire a mio marito che il numero per le emergenze in Svizzera è il 144 ma preferisco non interrompere il silenzio.

Meglio lasciare le cose come stanno.

Arriviamo a Bellinzona e mio figlio si sveglia. Vede la meraviglia dei castelli illuminati e urla “mamma fermiamoci, non li abbiamo mai visti con le luci!”.

Beata innocenza, in fondo l’ho cresciuto io così. Curioso del mondo, desideroso di vedere e di sapere, di scrutare fuori dal finestrino per sognare.

“No amore ma ci torniamo eh, promesso”.

Promesso. Mah, chissà.

Supero la frontiera e mi sento rassicurata.

E finalmente approdo al “mio” pronto soccorso.

Mi attendono 12 ore di attesa, una notte infinitamente lunga, esami, monitoraggi, ansia…

Gente che si lamenta per l’attesa ma io mi sento felice, sollevata.

A casa ci sono arrivata più o meno sana e salva.

Ho un taccuino, la voglia di scrivere, il desiderio di riguardare quelle foto per ricordare che è stato tutto reale.

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Che davvero i miei occhi hanno visto il luccichio di quella neve e la meraviglia di quelle montagne.

Davvero il mio sguardo si è posato su quel lago ghiacciato circondato da un bosco di pini profumati.

E all’improvviso mi sento di nuovo viva.

I pensieri si assestano e le priorità cambiano.

Tornano a essere quelle solite, quelle discutibili, le mie insomma.

Oh cavolo e se fosse colpa dell’altitudine? Il Machu Picchu me lo scordo proprio?

Come si dice in questi casi? Chi vivrà vedrà.

E io, per ora, vivrò.

10 pensieri su “I will survive”

  1. Eccerto che vivrai! E che ti credi!!! Quel cuore dovrà farsi venire un sacco di tuffi (al cuore, appunto) quando vedrai i primi fidanzati e fidanzate, quando li vedrai diventare dottori all’università o quando dovrai salutarli perchè in partenza in giro per il mondo….a voglia di respiri mancati!!! Un abbraccio!!!

  2. Mammamia, Letizia che brutta esperienza….
    A parte i complimenti per come sei riuscita a raccontarla, così poetica e leggera nonostante il contenuto…ti auguro di cuore che non sia niente… Io credo che ogni tanto il nostro corpo ci dia dei segnali per ricordarci che abbiamo dei limiti, magari è solo il suo modo per dirti che ti meriti un po’ di riposto
    (sì, lo so, con tre figli te lo sogni…però ecco, magari insegnamo ai nostri mariti in quale cassetto sono le loro magliette… 😉 )
    Poi fammi sapere se con la Columbus è tutto ok!

  3. Grazie Milly!!! Sì vero cominciamo da un corso accelerato ai mariti . Sicuramente da quello che finora mi hanno detto i medici la stanchezza gioca un ruolo fondamentale. Il famoso stress che pensi ai limiti al mal di testa e invece….. Columbus perfetta, è esattamente quello che cercavo! Grazie mille per la dritta!!!!!

  4. Cavolo Letizia……. forza ora pensa a te! la mia amica ha avuto la stessa paura ed era colpa dello stress..ogni tanto dovremmo imparare a rallentare sennò il corpo ci rallenta lui…un abbraccio virtuale

  5. Hai raccontato una cosa cosi swria con patole delicate, concordo con Milly pero un po’ si ansia mi è venuta: mi sono immaginata la scena di tw che molli i bimbi di corsa, ho un po’ rabbrividito a pensare alla durezza dei termini medici tedeschi e ho palpato il silenzio che hai descritto. La cosa piu bella però è aver letto le tue parole, sapere che sei forte ed anche aver imparato una lezione!

  6. Finalmente trovo il tempo di venirti a leggere e tutto d’un fiato. Mi sono immedesimata in te, ho capito ogni tua preoccupazione ed ogni tua ansia. Spero sia solo un evento isolato e che probabilmente ti dara’ modo di pensare, come credo avrai gia’ fatto, a quale segnale voleva darti il tuo corpo. Sicuramente questa tua esperienza negativa sta insegnando a noi che ti leggiamo a come prevenire questi incidenti e farsi trovare “preparati” e….w i mini club in caso d’emergenza!
    P.S.: nell’anno tra le superiori e l’universita’ ho fatto l’animatrice miniclub in montagna e in sardegna ed io ero una di quelle con il sorriso che accoglieva i bambini ed i genitori stavano tranquilli!

    Un abbraccio
    Fabiana

  7. Ma grazie Lucrezia!!! Hai scritto delle parole bellissime! Ho aspettato qualche giorno per scrivere il post, anche perché sul momento le priorità sono altre ovviamente. A una settimana dall’accaduto quando stai un po’ meglio, i bimbi hanno superato la paura e tuo marito non teme più la vedovanza è tutto più semplice! Grazie di cuore. Un abbraccio

  8. Certo che se avessi trovato te al mini club sarebbe stato tutto più semplice!!!!! Di solito sono restia a mollarli ma stavolta non mi son fatta nemmeno una remota. Hai ragione, bisogna interpretare i segnali del mio corpo. E ultimamente credo me ne stia mandando parecchi, poverino. L’ho davvero trascurato, eppure dovremmo trattarlo come un tempio sacro. Eh che la sindrome di “faccio tutto io” è dura da combattere, credo che tu possa capirmi. Un abbraccione e grazie davvero!! 😘

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