Nelle Marche sul set di una fiaba, la mia.

Piove.

Quella pioggerella incessante, la tipica giornata uggiosa che si intonerebbe più al mese di novembre che a un inizio di primavera. Raffreddore forte e ossa rotte completano il quadro.

Ho un’ora libera, sessanta minuti a mia completa disposizione.

E allora mi accomodo sul divano facendomi spazio tra libri e bambole e ignorando bellamente le tazze della colazione sul tavolo e la catena montuosa di panni da piegare.

Oggi proprio non va, per mille motivi.

In questi casi ho bisogno di una storia, di quelle che fanno sognare e gongolare.

E allora me la racconto un po’ da sola, che in fondo non ci credo ancora.

Vi va di mettervi comodi ad ascoltarla?

Un salto indietro nel tempo.

La seconda guerra mondiale.

Cinque soldati inglesi riescono a fuggire dal campo per prigionieri di guerra di Gravina, in Puglia. E a piedi raggiungono una terra in cui vengono accolti, le Marche. Un percorso di oltre 400 chilometri tra stradine tortuose, sentieri e mulattiere. I prigionieri arrivano stanchi, spossati e, non so, mi piace immaginarli per un attimo stupiti dalla meraviglia di quelle colline perfettamente arate e coltivate. Da quell’insieme di colori caldi puntellato da piccoli villaggi che dominano ogni cima.

Campanili che svettano nel cielo blu, case in pietra, contadini che lavorano incessantemente, gente di buon cuore.

E una famiglia tra tante, la mia, che decide di accogliere uno di questi prigionieri.

Di dargli un nome italiano, Roberto, di trattarlo come quel figlio che, ironia della sorte, è prigioniero di guerra altrove.

Una generosità incondizionata che se ne frega dei rischi, che non teme ripercussioni nonostante il pericolo esista. Perché, come si dice, il paese è piccolo e la gente mormora. E c’è chi sta dall’altra parte della barricata, chi ha deciso di allinearsi, per scelta o per necessità, con il nemico.

La paura è tanta.

Ma nemmeno per un secondo fa desistere i miei bisnonni che proteggono come un figlio quel ragazzo.

La guerra finisce, il soldato si salva, torna a casa.

E, dopo qualche anno, prima di emigrare definitivamente in Australia, torna al paesello per ringraziare, per mostrare alla moglie e ai figli i luoghi che lo hanno protetto, che gli hanno permesso di essere lì.

La storia potrebbe concludersi così, con un lieto fine che accontenta tutti.

E invece continua. Perché la gratitudine profonda si annida nei cuori e sopravvive anche alla morte.

E’ la gratitudine di chi è potuto venire al mondo grazie a quel gesto, di chi ha potuto raccontarlo ai propri figli grazie a quell’atto di generosità estrema e incondizionata.

Un bisogno impellente di vedere quei luoghi, di toccare quella terra e di ringraziare di persona i discendenti di chi ha saputo accogliere e ospitare con semplicità.

E ora la faccenda si fa seria, è un anno che ci stiamo preparando a questo evento. L’incontro è imminente. L’ultimo figlio di quel soldato sopravvissuto ha sposato una donna “con le palle” passatemi il termine. Una donna che non ha esitato un secondo, che ha preso una storia che in fondo non le apparteneva e l’ha fatta propria.

Ci ha messo il cuore, ne ha fatto una missione.

Una donna che ha un marito con un grande desiderio che non può realizzare perché malato. E allora fa armi e bagagli, smuove mari e monti, contatta i discendenti perché quel desiderio, in qualche modo, vuole realizzarlo.

Una donna che rinuncia a passare tre preziosissime settimane con il marito per esaudire il sogno di lui. Per fungere da occhi e orecchie per chi su quell’aereo, purtroppo, non può salire. Per sentire la voce di chi quella storia se l’è sentita raccontare fin da bambina. Per vedere con i propri occhi quella casa in cui il suocero è stato nascosto, in cui ha trovato rifugio, conforto, un piatto in tavola, un letto in cui dormire, la salvezza. Per nutrire la memoria di volti e luoghi e riferire ogni dettaglio.

Se questo non è amore non so cos’altro possa esserlo.

E io sarò lì, emozionata come una bambina, a raccogliere il testimone spazio-temporale di mia nonna, a parlare di lei, a mostrare la sua tomba, a raccontare quello che so, a scambiare ricordi preziosi come fossero figurine, a incastrare frammenti di racconti come fossero pezzi di un puzzle.

Avrò l’onore di accompagnare questa donna speciale in un pezzettino del suo Grand Tour sui generis che la porterà a visitare un paesino talmente minuscolo da non comparire nemmeno sulla cartina geografica.

Montelparo 2011 012

Un paesino insignificante per il mondo ma che è tutto per chi, grazie a quelle case arroccate, è sopravvissuto.

Tra una settimana ci sarà l’incontro e io non vedo l’ora. So che da lassù saranno in tanti a guardarci e a essere, in qualche modo, fieri di noi come noi lo siamo di loro.

Se avete voglia di seguirmi, vi accoglierò in quella che reputo la mia terra.

E vi farò rivivere una fiaba antica ma dal sapore tremendamente attuale.

Vi aspetto nelle mie Marche.

6 pensieri su “Nelle Marche sul set di una fiaba, la mia.”

  1. Ma che bel racconto!! L’ho letto tutto d’un fiato. In un primo momento ho creduto fosse pura fantasia e che tu stavi raccontando una di quelle fiabe che racconti ai magnifici tre della tua famigliola, magari all’ombra di uno di quegli alberi secolari che trovi nel parco di Monza, ed invece è storia vera. E’ una storia bellissima e mi si è accapponata la pelle. Anch’io sono una fans delle Marche, ho tanti amici splendidi perché nelle Marche la gente parla e ti accoglie con il cuore. Anch’io, in veste turistica, ho raccontato di questa terra splendida e mi sono immaginata negli anni sessanta su una bella utilitaria e via tra quelle colline che trasudano di magia. Attenderò con ansia il tuo racconto e tu intanto vieni un attimo a viaggiare con me tra colline ed uliveti. Un caro abbraccio Bea

    https://viaggiandoconbea.wordpress.com/2014/06/18/marche-un-piacevole-connubio-tra-arte-e-mare/

  2. Grazie Bea!!! Ho letto il tuo post, bellissimo e pieno di posti che mi riprometto da tanto di visitare ma non ho ancora avuto l’occasione. Il Nord delle Marche un po’ mi manca e bisogna assolutamente rimediare.
    Quando mi immagino a zonzo tra quelle colline, mi rivedo in vespa, avvinghiata al primo amore, innamorata persa di lui e del paesaggio. Ma questi sono ricordi del Paleolitico, è tutta un’altra storia.
    Un abbraccio grande.

  3. Bellissimo e struggente. Anche la mia famiglia ha un passato simile, che spero riuscirò a tramandare a mio figlio quando le nonne, uniche sopravvissute, non ci saranno più. Dobbiamo ricordare e tramandare questo pezzo di vita vissuta, di storia che ci appartiene. Grazie per questo bellissimo racconto, lo condivido con piacere.

  4. Ma grazie mille!!! È verissimo quello che dici, abbiamo il dovere di tramandare queste storie, di farci da tramite, di insegnare l’importanza della generosità incondizionata, il valore dell’accoglienza….. Bello ritrovarsi in storie simili. Un abbraccio

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