I cartelli dei miei viaggi: riassunto di una vita

E’ la prima volta che partecipo al #sensodeimieiviaggi di Monica e come ogni prima volta sono un tantino emozionata.

Perdonatemi se non sarò all’altezza delle illustri colleghe, ho ancora tanto da imparare.

Ma il tema proposto da Monica del blog Idee di tutto un po’ mi entusiasmava troppo per restare in panchina a guardare perciò eccomi qua.

Premessa necessaria: io adoro i cartelli stradali. In Australia non ho saputo resistere e li ho addirittura comprati per attaccarli alle porte di casa. Chi entra nel mio bagno deve fare attenzione, pericolo squali. E chi entra in camera sappia che nel raggio di 25 chilometri potrebbe incontrare dei canguri.

Ma non sono questi i cartelli di cui vorrei parlarvi oggi.

Oggi sono in vena di riflessioni profonde.

Inizio quindi da un’indicazione di una via che sa emozionarmi come poche altre cose al mondo.

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Via Castello.

Qui c’è la nostra casa nelle Marche. Un paesino medievale arroccato su una splendida collina, nell’entroterra più spettacolare e meno conosciuto che ci sia.

Una casa che trasuda storia, che sa di riconoscenza, di amore per la famiglia, di tradizioni, di dissapori, di intrighi, di segreti gelosamente custoditi, di profughi nascosti, di fascisti e americani, di guerra e di pace. Una casa che parla, a chi ha orecchie per ascoltare. Una casa offerta in dono alla mia bisnonna che finì giovanissima a fare da governante a due fratelli non sposati, un maestro e un prete. Una casa non qualsiasi, la più bella del paese, con orto e giardino. Piante di ulivo e di noce, una terrazza che dà su un paesaggio mozzafiato, tre piani ora suddivisi tra i vari discendenti, tra cui mio padre. Ma nonostante siamo in tanti a condividere questo bene prezioso, il legame che ci lega a queste mura è forte e profondo. Indissolubile direi. Tanto che ci porta ancora a mettere un fiore di riconoscenza sulla tomba di quei due fratelli a cui dobbiamo tanto. E alla nostra bisnonna che ci ha lasciato questo dono prezioso.

Quando vedo da lontano il nome della via, ho il cuore in gola come se stessi per raggiungere chissà quale meta. Come se non sapessi cosa mi aspetta. E mi crogiolo in quella sensazione, mi godo attimo dopo attimo il mio ritorno alle origini.

Passiamo al secondo cartello e ci spostiamo in Spagna, a Valencia. Volo super economico prenotato sei mesi prima. Ho voglia di concedermi qualche giorno di sole a ottobre inoltrato, per evitare le prime otiti della stagione. Ma, come sempre quando si prenota con largo anticipo, il rischio è che in quel lasso di tempo possa accadere di tutto. E così è, manco a dirlo. Momenti difficili, terribili, attimi di ansia, quella vera, quella che ti porta a temere per la vita dei tuoi cari. E poi dolori che si incrociano e situazioni drammatiche che si sovrappongono.

I giorni volano via, la situazione sembra migliorare ma le acque non si sono ancora del tutto placate. E allora rimugino, penso che forse quel viaggio è meglio annullarlo. Un frullatore di emozioni.

Da un lato mi sento poco rispettosa nei confronti degli altri, ma dall’altro ho un bisogno vitale di staccare, di andarmene da tutto e da tutti.

E non voglio deludere i bambini, abbiamo parlato tanto di questo viaggio. Vogliamo vedere l’esposizione di dinosauri giganteschi, girare in bici per i giardini del Turìa, arrampicarci su Gulliver, visitare l’acquario e la Ciudad de las artes y las ciencias, perderci tra le viuzze della città vecchia, gustarci un’ottima paella in riva al mare…

Vogliamo respirare aria di libertà, sentirci fuori dal mondo, anche solo per qualche giorno. Abbiamo bisogno di pensare egoisticamente un po’ soltanto a noi quattro, perché sì mi devo convincere che il quinto componente per ora non arriverà.

E allora decido: Valencia sia.

Ma a due giorni dalla partenza, quando ormai sento che nessun consiglio indesiderato possa più farmi cambiare idea o peggio farmi sentire in colpa, ecco che un timpano si compromette, è quasi perforato. Non è la prima volta che capita ma certo non è una condizione ottimale per volare. L’otorino assolutamente lo sconsiglia.

E tutti a dire che è un segno del destino, che questo viaggio davvero non s’ha da fare, un ripetersi doloroso e inutile di saccenti “te l’avevo detto”.

Ma io non voglio o meglio non posso arrendermi. Perché nessuno lo capisce? Non è un capriccio, è bisogno di ossigeno. Rischio di soffocare, non fisicamente ma mentalmente e psicologicamente. E una mamma sull’orlo di un baratro non è di aiuto a nessuno. E quindi si parte. Il volo fila liscio, il timpano resiste.

E l’aria di mare, o sarà forse più l’aria di serenità?, compie il miracolo. Cinque giorni di gioia allo stato puro. La cura ha gli effetti sperati. E questo cartello che può far sorridere, a me emoziona.

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Per tutto quello che ha significato e per la gioia profonda che in quel momento abbiamo provato.

Felici.

Solo noi.

E per finire l’ultimo cartello che a me ispira grande senso di libertà e di infinito.

Cornovaglia, capo della penisola di Penwith, punto più occidentale della Gran Bretagna, l’ultima lingua di terra che si protende verso il mare.

Siamo a Land’s End.

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Il sole splende, l’aria è frizzante. L’orrendo – posso dirlo? – parco divertimenti/centro commerciale che deturpa questo luogo magico è ancora chiuso.

Siamo soli.

L’atmosfera e il momento si prestano a un po’ di sana riflessione, risa e urla di bambini piccoli permettendo.

Penso a tutti quei marinai salpati verso luoghi sconosciuti, mossi da spirito di avventura allo stato puro.

Penso a chi si è affacciato su questa costa sognando di raggiungere la terra al di là dell’Oceano. Penso a chi, magari in epoche passate, ha immaginato di tentare l’impresa per raggiungere la libertà.

Penso a chi ha desiderato costruire proprio qui The first and last House, uno degli edifici più fotografati di tutta la Gran Bretagna. A chi ha deciso di farne un punto di accoglienza per i visitatori, per dare un momento di ristoro a chi, come noi, è in contemplazione dell’infinito.

Incoscienza, ignoto, timore, salto nel buio, adrenalina.. tutte parole che associo al luogo e alla mia condizione.

Terza figlia nella pancia. Sarò in grado di amarla come gli altri due? Ce la farò? Riuscirò a dedicare del tempo a tutti e tre? Come sarà la mia vita da qui a tre mesi?

Contemplo il cartello e penso a quando tutti e cinque andremo a New York o quando tornerò ad ammirare i castelli scozzesi e raggiungerò John O’Groats, questa volta in nutrita compagnia.

E allora mi emoziono e mi sento proprio come uno di quei marinai.

Ci saranno momenti difficili, tempeste da superare, ma ho la certezza che sarà un’avventura bellissima.

6 pensieri su “I cartelli dei miei viaggi: riassunto di una vita”

  1. Beccata ancora prima che mettessi il link nel mio post… che dire, onoratissima che tu abbia cominciato questa avventura proprio con il mio tema! E per il non essere all’altezza… Direi che hai parlato a sproposito… per me leggere un bel post è emozionarmi e ora ho due lucciconi enormi negli occhi! Grazie Grazie Grazie!

  2. No no grazie a te!!!!!! Per il tema innanzi tutto perché è stato ispirante. E per i complimenti ovviamente. È stato un onore poter partecipare!!!! Un abbraccio

  3. Grazie Annalisa!!!! Sono abbastanza nuova, non volevo invadere il campo e peccare un po’ di superbia. …. Peró cercherò di rifarmi! Grazie ancora. Un abbraccio

  4. Ti avevo letta da cell, velocemente ed eccomi qui con i lucciconi ancora!! Mi hai emozionata davvero e ti capisco perché nei periodi un po’ così della nostra vita familiare, ho provato esattamente le stesse emozioni!!
    Bellissimi i tuoi cartelli!!! E Valencia l’abbiamo nel cuore anche noi!!

  5. Grazie mille cara!! Noi mi sa che abbiamo tante cose in comune ed è troppo una figata sta cosa di trovare affinità incredibili con persone che nella vita reale non conosci ma che in realtà ti sembra di conoscerle da sempre!!!! Un abbraccio grande

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